Oggi qui su LikeMilk.com abbiamo il piacere e l’onore di proporre a tutti voi l’intervista fatta ad uno dei maggiori personaggi ed esponenti dello snowboard internazionale. Lui, David Benendek è stato uno dei riders più importanti e polivalenti al mondo, è stato quello dei Double Cork più stilosi di tutti, è stato quello che ha avuto la capacità di divenire allo stesso tempo un grande fotografo, un video produttore d’eccellenza, un graphic designer di altissimo livello ed un grande insegnante per tutti noi.
Insomma David è sicuramente un personaggio da prendere d’esempio e così a circa un anno dall’uscita del suo snowboarding book, vi proponiamo quest’inedita intervista per il web.
Hai lavorato con alcuni dei rider più forti al mondo, con chi ti sei divertito di più a rideare e chi pensi sia il futuro dello snowboard?
Hmmm… c’erano e ci sono molti rider incredibili, è molto difficile scegliere. Per quanto riguarda i miei preferiti, sono sempre riuscito a circondarmi da persone fantastiche, come quelli che facevano parte della RobotFood, ovvero Travis Parker, Bobby Meeks, Jussi… ci sentiamo ancora oggi. Oppure quelli che sono venuti subito dopo come Christoph Weber-Thoresen, Mikey Basich e Mikey Leblanc… ce ne sarebbero troppi da menzionare. Invece, per quanto riguarda il futuro, ce ne sono alcuni che veramente si fanno notare nei contest dove molti fanno double cork. Persone come Mikkel Bang, Danny Davis, Jed Anderson e di recente Kohei Kudo. Sono persone che hanno uno stile unico e che mi confermano che lo snowboard non ha nulla a che fare con il pattinaggio artistico.
Hai lavorato come rider e produttore per alcuni dei video più influenti della storia. Qual era il messaggio che volevi trasmettere attraverso quei video e di quale sei stato più soddisfatto?
Non so se ho mai voluto trasmettere un messaggio particolare, però una volta qualcuno di una rivista mi chiese se fossi uno “Snowboarder Filantropo”… fu una cosa che mi fece sorridere e mi piacque l’idea, in quanto io colleziono snowboard come altri magari collezionano farfalle. Mi trovo sempre ad approcciare un soggetto da diverse angolazioni e diciamo che questo potrebbe essere il comune denominatore. “91 Words” aveva lo scopo di combinare tutti gli aspetti dello snowboard, “In Short” cercava di combinare diversi generi di film e adesso con il libro sto cercando di collezionare opinioni. Forse la verità è che ho paura di focalizzarmi solo su una cosa eheh… è molto più facile fallire se metti tutte le uova nello stesso cesto.
Per quanto riguarda la soddisfazione, penso che il libro sia quello che mi eccita maggiormente per il rapporto tra i traguardi che mi sono posto e i risultati che ho ottenuto alla fine. Anche se in realtà non è del tutto vero, perché con il filming è molto più difficile ottenere traguardi precisi, non è una cosa statica e ci sono troppe variabili che entrano in gioco. Per nessun film ho ottenuto più del 60% di quello che mi ero prefissato, a volte può essere frustrante.
Hai spinto tantissimo i trick con i tuoi double cork e switch backside rodeo, ma ti sei anche molto concentrato sullo stile, come ad esempio le tue variazioni di shifty. Ritieni che questi nuovi triple cork e 1440 abbiano perso l’aspetto stilistico? In quale direzione sta andando lo snowboard a livello di trick?
No, penso che lo stile e la tecnicità siano sempre collegati con schemi ad onda, uno progredisce e l’altro segue. Ad essere onesti, i miei double cork 1260 non erano sicuramente i trick più estetici che uno potesse eseguire su una tavola. Io ho fatto semplicemente il primo passaggio, ci vuole sempre qualcuno che faccia il primo step, in modo che poi gli altri possano seguire e migliorare lo stile in un secondo momento. Sicuramente è un po’ sconcertante quanto siano simili le run nei contest di slopestyle al giorno d’oggi, ma ritengo che sia più colpa dei costruttori che del riding vero e proprio. Se costruisci quattro salti simili in fila, è naturale che le cose diventeranno noiose, sopratutto se ogni trick è un double.
Anche se in passato hai fatto dei rail da paura, ti sei sempre concentrato di più sui kicker e il backcountry, cosa ne pensi della moda dello street riding che ha travolto lo snowboarding negli ultimi anni?
Io mi diverto, mi piace rideare nei rail park quando sono sulle piste, però a volte non sono del tutto convinto dello street riding. Molte volte lo street riding mi sembra “Foto-Riding”, ovvero snowboarding che vive solamente in funzione della foto. Per me non è quello il vero snowboarding e spesso non esprime ciò che è la vera essenza dello snowboard. Ma come ho già detto, mi diverto un sacco a farlo.
Hai ottenuto parecchi podi nella tua carriera e hai anche ideato un evento, The Gap Session. Cosa ne pensi dello slopestyle alle olimpiadi? Pensi che possa ancora essere considerato l’evento per eccellenza?
Non ci ho pensato molto in realtà, però sono certo che sarà un evento terribile. Terribile almeno quanto il Dew Tour ed eventi simili. Come ho già anticipato prima, quattro salti in fila e due rail non hanno molto a che fare con lo snowboard e la standardizzazione che viene richiesta per gli eventi olimpionici faranno in modo che non rimanga molto dell’aspetto creativo dello snowboarding, che in realtà è l’unico aspetto che lo distingue. Ho sempre ritenuto che la disciplina per eccellenza fosse il pipe per il semplice fatto che richiede la maggiore tecnica, ma purtroppo ci sono solo poche persone a farlo, come Danny Davis o Kazuiro ad esempio, che mi fanno pensare che il pipe sia il re delle discipline.
La maggior parte dei rider si limitano a grabbare la punta e roteare il più velocemente possibile. Per me, l’unico modo per rendere di nuovo interessante lo snowboard competitivo è costruire percorsi veramente creativi e cambiare il sistema di giudizio del pipe, in modo che la creatività abbia molto più peso. Dovrebbe contare di più di come imposti la run, non di quanti double cork riesci a fare.
Sei anche un Graphic Designer entusiasta e hai vinto un IF Design Award, ce ne vuoi parlare?
Beh, non è una cosa così importante. Woody Allen una volta disse: “I premi sono come le emorroidi, ogni rottinculo ne prende uno prima o poi”. Certo, è stata una grande soddisfazione, sopratutto perché non ho nessuna istruzione formale da designer ed è sempre interessante vedere se si riesce a far strada anche al di fuori dello snowboard.
Negli ultimi anni stai lavarondo ad un nuovo progetto, il libro “Current State: Snowboarding”. Cosa ti ha spinto a creare un libro e cosa stai cercando di raccontare?
Ci sono due ragioni per cui ho voluto scrivere un libro, la prima è molto semplice: concettualizzare e creare un progetto puramente di design dall’inizio alla fine, non solo packaging o poster design, ma qualcosa per cui prendi del tempo per disegnare un linguaggio vero e proprio.
Il secondo motivo è quello più stimolante: capire in quale direzione sta andando lo snowboard. Non che stesse andando in una direzione terribile, ma avevo dei dubbi su come la cultura intorno allo snowboard fosse cambiata da quando ho iniziato e volevo capire cosa ci si potesse aspettare in futuro. Così ho fatto una lista di persone che volevo intervistare e ho deciso di andare a incontrarli tutti in un solo viaggio.
Qual è stata l’esperienza più interessante nel scrivere il libro?
Sicuramente il viaggio delle interviste. L’ho fatto a fine estate, è stata una vacanza fantastica, come skateare qualche giorno con un vecchio amico e dormire sul divano di un altro alla fermata successiva. C’era veramente tantissimo lavoro da fare visto che mi ero programmato 30 interviste in un mese e mezzo, ma è stata una vacanza in confronto ai due anni infernali che ho passato per finire il libro. Adesso stimo molto di più le persone che lavorano nell’editoria, non è facile come sembra.
Preferivi essere sotto i riflettori come rider, oppure preferisci essere dietro le quinte come designer, produttore e organizzatore? Trovi ancora il tempo per snowboardare?
Non riesco a decidermi. Ad essere onesti, quando sei un atleta e ti viene dato tutto, non ti rendi conto di quanto è fantastico. Eravamo tutti così viziati se si paragona quanto rispetto ricevevamo per quel poco che facevamo. E’ un grosso passaggio uscire nel mondo vero quando scopri quanto devi lavorare per ottenere certe cose. Ma entrambi i mondi hanno i loro benefici.
Questo però non risponde alla tua domanda… diciamo che metaforicamente preferisco essere un direttore che un attore. Riesco ancora a snowboardare, ma solamente una frazione di quello che facevo prima, è un problema di tempi adesso. Voglio dire, sono stato letteralmente davanti al computer per due anni interi…
Sembra che tu abbia fatto quasi tutto: rider, graphic designer, produttore di film, organizzatore di eventi e scrittore… cosa riserva il futuro di David Benedek? Magari una rivista tutta tua?
Ahah! Sono un tipo un po’ indeciso e non riesco mai a focalizzarmi su una cosa sola. Ho cominciato un nuovo capitolo della mia vita da quando ho iniziato a frequentare una scuola di film, ho pensato che sarebbe stato figo avere un’educazione formale in campo creativo e penso che il film sia il più impegnativo e stimolante. Riassume tutti i lavori che ho fatto in uno solo.
Scrivere, visualizzare e creare… è tutto molto eccitante. Ed è divertente tornare ad essere uno studente e non avere persone che ti stimano solo perché sai fare un 1080, eheh… ma penso però di essere uno snowboarder prima di tutto. Magari non più un professionista, ma in qualche altro modo è il ruolo che mi fa sentire più a casa.













